Alla consegna del premio Nobel per la pace all’Europa, il Presidente della Commissione UE Barroso dichiarò:
“in oltre 60 anni il progetto europeo ha dimostrato che è possibile che popoli e nazioni stiano insieme al di la delle frontiere. L’unione europea aiuterà il mondo a stare insieme per giustizia, libertà e pace”.
Ma non per assistenza, welfare e solidarietà. È probabilmente questo ciò che devono aver pensato i ministri dell’Interno e dell’immigrazione di Regno Unito, Germania, Olanda e Austria quando hanno deciso di scrivere ai responsabili europei di Affari Interni e Giustizia, Cecilia Malmstrom e Viviane Reding, chiedendo sanzioni legali e finanziarie “efficaci” contro chi abusa della libertà di movimento e pesa in maniera indebita sul welfare dei paesi più ricchi.
La crisi e il conseguente aumento della disoccupazione, spinge migliaia di persone a migrare verso i paesi del nord – solo l’anno scorso 1,08 milioni di persone si sono trasferite in Germania per cercare lavoro – giovani professionisti che grazie alla mobilità internazionale possono ricostruire il proprio futuro e che rappresentano, o dovrebbero rappresentare, per il paese ospitante, una risorsa più che un peso. Ma a quanto pare, in nome della crisi, qualcuno ritiene di poter ignorare gli stessi principi fondanti dell’Unione Europea.
“Negare la mobilità interna nell’ UE - ha dichiarato il Presidente della UIM, Alberto Sera - significa eliminare il primo risultato positivo del mettersi insieme da parte dei paesi europei. È un salto indietro, ai tempi del dopoguerra, ed è il passo propedeutico allo sviluppo del nazionalismo con tutti i danni che porta con sé. Pensiamo a ciò che è avvenuto per il c.d. “rigore economico”, in cui le misure restrittive se da un lato avranno pure risanato i bilanci, dall’altro hanno provocato recessione, disoccupazione, disagio sociale. Da questo possono rinascere i muri, l’intolleranza ed altre malattie sociali che pensavamo debellate per sempre.”
Per fortuna sono in molti a ritenere infondate le paure dei paesi del nord per le conseguenze della libertà di circolazione dei lavoratori e di quello che chiamano “turismo previdenziale”, a cominciare dal Commissario europeo per il lavoro, Laszlo Andor, che giudica “inflazionati e motivati da dibattiti infiammati da motivi di politica interna” i timori di questi paesi.
