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Piero, 26 anni, laureando in Filologia Moderna presso l’Università degli Studi di Foggia è appena rientrato da un viaggio Erasmus e noi lo abbiamo intercettato per farci raccontare la sua esperienza.
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I giovani e la Mobilità Internazionale

Ciao Piero, sei appena rientrato dalla Spagna, come mai hai deciso di partire?

Direi che, principalmente, la decisione di partire è figlia dei tanti anni vissuti a casa con i miei e, soprattutto, nella città che ormai conosco a menadito. Sentivo la necessità di staccare, di fare un'esperienza importante per poi tornare carico e voglioso nella mia amata Foggia. Determinante è stata anche la mia curiosità, il desiderio di capire come si muovono i ragazzi come me nati in altri posti. Una sorta di Antropologia spicciola :-)

Bene, allora “antropologicamente” parlando , cosa ti ha colpito di più? Quali sono state le differenze che hai riscontrato con l’Italia?

Intanto le differenze culturali o per lo meno di consuetudine. Le persone, in Spagna, vivono pochissimo la propria casa; sono sempre per strada nel senso stretto del termine. Certo anche da noi, al sud, si usa dire che "la gente cresce per strada" ma poi la realtà è che il piatto caldo della mamma o la tavola imbandita hanno un ottimo richiamo. In Andalusia invece si saltella tra i bar a "stuzzicare" qualcosa da mangiare... come dicono loro "a tapear". Un’ usanza riscontrabile ad ogni età ed ora della giornata. Davvero interessante come interpretazione degli spazi e della vita.

Una volta messe da parte le difficoltà     iniziali, perché ce ne sono eccome, riesci ad essere razionale e a carpire che cosa è diverso, anche nella semplicità di una giornata. Alcune volte sono sensazioni non semplici da descrivere, altre sono “pugni” nello stomaco. La prima sorpresa è alla fermata del Bus. In teoria dovrebbe essere cosi ovunque,anche in Italia, ma solo a Sevilla, per adesso, ho dovuto attendere in fila, lunga più di 30 metri, per salire su un autobus cittadino. Inizialmente non capivo perché ci fosse cosi tanta gente che attendeva ordinata poi, all'arrivo del mezzo, capii il motivo: rispetto ed accortezza verso il prossimo.

Altra differenza che mi viene in mente è di carattere didattico. Le università hanno quasi tutti esami scritti, parlo naturalmente di facoltà umanistiche, che alleggeriscono di molto l'esame finale. Sono degli esoneri che ti permettono di studiare meno ma in maniera più approfondita. Ecco perchè molti, se non tantissimi, degli studenti spagnoli terminano gli studi intorno ai 24 anni. Certamente nella media europea ma molto prima degli universitari italiani, almeno credo.

I ragazzi che hai conosciuto, spagnoli o di altre nazionalità, come vedono il nostro Paese?

Ho avuto la fortuna/sfortuna di convivere con una ragazza tedesca con la quale parlavo spesso del mio Paese. Lei, sempre con un fare di superiorità, cercava di spiegarmi il perché siamo “diversi”.

Diciamo che è facile non considerare positivamente un Paese come il nostro, caratterizzato purtroppo da una situazione politica,  economica e lavorativa instabile.

L'italiano “pizza e mandolino” non è un vero problema se poi ci si ferma li, lo diventa quando aggiungono “mafia” e “Berlusconi”.

In breve ti direi che siamo un paese molto invidiato per storia ed arte, ma poco considerato per il resto.

Ultimamente si sente dire sempre più spesso che l’Italia non è un Paese per giovani, sei d’accordo?

Non sono d'accordo. L'Italia oggi è un paese strano, difficile da decifrare e da vivere. Lo è per chiunque; in ambito lavorativo spesso non si crede nei giovani ed è vero, ma il problema principale, secondo me, è il clientelismo. Questo “cancro sociale” porta all'emersione di gente che, a prescindere dall'età, è immeritevole.

Pensi di tornare all’estero, magari per lavoro o per fare un’altra breve esperienza?

Sono molto legato alla mia terra e alla mia città. Questo è un limite grande che ho e potrebbe ostacolare molto la mia voglia e curiosità di altre esperienze fuori dai confini nazionali. Credo, però, che non rinuncerei ad una avventura interessante lontano dal mio lido, ma sempre con il desiderio di ritornare un giorno qui a “casa mia”. Si cresce molto viaggiando ed io ho ancora molto da imparare.

Dunque per te la mobilità internazionale è importante, purché finalizzata a reinvestire quanto imparato, nel proprio Paese.

Si, per quanto mi riguarda il fine dovrebbe sempre essere arricchire il proprio orticello o territorio. Poi, è naturale che se non ci sono riscontri, ognuno dovrebbe cercare di far fruttare le proprie esperienze dove ritiene opportuno.

Ma se domani dovessi renderti conto che l'immobilità in cui versa il nostro Paese potrebbe ostacolare il tuo futuro, che faresti?

Se qui ci fosse il deserto in campo lavorativo, nonostante il mio umile impegno e presenza sul territorio, credo che andrei via.

Volendo fare un bilancio, tutto sommato è andata bene, giusto?

È stato fantastico. Ringrazierò sempre l'Università, l'Unione Europea e la mia famiglia per questa possibilità. È anche vero che sono partito in un anno “triste”, economicamente parlando, in cui il rimborso spese è stato pari a 230 al mese, a differenza di altri anni in cui la somma era maggiore. Il concetto di base che rende l' Erasmus da difendere a spada tratta, però, è la possibilità di potersi spostare in un paese straniero con estrema facilità. Non sono paragonabili le difficoltà che riscontra uno studente in questi progetti con chi va all'avventura in una nazione straniera a cercare fortuna.

Cosa ti senti di dire ai tanti ragazzi che decidono di andar via dall’Italia?

Consigli non ne ho. Di solito ognuno riesce a trovare dentro di se le motivazioni e le energie giuste per una esperienza all'estero. Posso solo pensare alla mia avventura e affermare che, qualunque sia stata la paura iniziale, le difficoltà e le ingiustizie che ho incontrato, ne è valsa la pena. Ho conosciuto gente squisita e culture ammirevoli.

E a quelli che decidono di restare?

A quelli che restano faccio un grande applauso di stima e un “in bocca la lupo”; ci vuole coraggio e determinazione. Questo è un augurio anche a me stesso perché spero di restare qui, con gli stimoli giusti. E se anche, come dicevo prima, dovessi fare altre esperienze fuori dall’Italia, spero di tornare ricco di idee e energie, per portare qui quello che s'impara in trasferta.

E voi che ne pensate? Partire per poi tornare o diventare cittadini del mondo?
Noi intanto vi ricordiamo che ovunque voi siate, ovunque decidiate di andare, la UIM è con voi!
Tag(s) : #Mobilità Internazionale, #storie