Sul godimento dei diritti di cittadinanza, la UIL si è da sempre espressa per una piena partecipazione degli stranieri regolarmente residenti in Italia, alla vita politica e sociale della nostra nazione. E’ giusto chiedere agli immigrati di rispettare le regole, ma queste debbono anche essere ridisegnate in parallelo con l’evolversi ed il mutare della nostra società.
Lo vogliamo riproporre con forza anche in un periodo, come questo, in cui la crisi economica rischia di far considerare il tema delle tutele e dei diritti come meno importanti ed “urgenti”. E questo perché non crediamo che alle insicurezze, alla paura, alle preoccupazioni (legittime) per un futuro che appare difficile si debba rispondere con l’accantonare battaglie di inclusione.
Questo significa che siamo favorevoli ad una evoluzione del concetto di cittadinanza, non ristretto ai figli di cittadini italiani, ma allargato a tutte le persone che nascono e vivono in Italia, indipendentemente dalla provenienza. Condividiamo la necessità di modernizzare il concetto di cittadinanza, introducendo il principio dello jus soli, accanto a quello dello jus sanguinis. I figli di stranieri nati nel nostro Paese, debbono poter accedere alla cittadinanza italiana senza dover aspettare il 18° anno di età. Anche per gli altri l’accesso a questo diritto va reso più fruibile: non cittadinanza facile, ma cittadinanza equa, in tempi giusti per chi ha dimostrato di amare l’Italia e di concorrere al suo progresso e sviluppo economico e sociale.
Purtroppo sul piano dei diritti l’Italia non è andata molto avanti e – mentre esige molti doveri ai 5 milioni di cittadini stranieri che concorrono all’11% del nostro PIL – si è mostrata molto avara sul piano del riconoscimento di una cittadinanza piena.
Siamo convinti che, in assenza di un accordo comune bipartisan tra le varie forze politiche di maggioranza e di opposizione ed in assenza di un vasto fronte di opinione pubblica, forze sociali e culturali, sarà quasi impossibile che a breve venga trovato un accordo legislativo su questi importanti temi.
Senza esagerare con le generalizzazioni, oggi da noi lo straniero, il migrante non è in generale considerato ospite benvenuto e gradito. Nel migliore dei casi, la sua presenza è considerata in qualche modo utile all’economia e all’assistenza sociale. Altrimenti, è fonte di preoccupazione, talvolta di paura dei più vari tipi: fisica, psicologica, economica. Dei migranti e degli stranieri non vogliamo sapere nulla. Le loro esperienze di vita non ci interessano. Pensiamo di conoscere quel che basta poiché lo abbiamo probabilmente visto per televisione. Invece di considerare i rapporti con i migranti/stranieri un potenziale arricchimento personale, li vediamo come fonte di conflitto. Non c’è nessun bisogno di negare che culture differenti contengono sempre e manifestano elementi, non soltanto di competizione, ma anche di conflitto. Da questa constatazione che, se esplicitata e non oscurata da prospettive buoniste, potrebbe produrre riflessioni utili, discende spesso soltanto il timore del conflitto e quindi il rifiuto dello straniero che ne sarebbe il portatore, il suscitatore. Tutta la tematica merita di essere re-impostata sfuggendo dalle prospettive prevalenti che si sorreggono a vicenda nella loro incapacità di affrontare il problema.
E’ difficile chiedere ai migranti di fare quello che noi non facciamo, di imparare quello che noi non sappiamo e non vogliamo imparare, di seguire principi e precetti che noi non pratichiamo.
Milioni di persone continueranno ad emigrare spinte dal desiderio di migliorare la loro vita e qualche volta addirittura per salvarla. Insomma, i migranti esisteranno ancora per un numero imprecisato di anni. E’ molto probabile che in alcuni paesi si stabiliranno vita natural durante e i loro figli, con maggiori o minori difficoltà, diventeranno cittadini. Probabilmente, il problema si trova proprio qui, non soltanto nella definizione e nei contenuti della cittadinanza nel XXI secolo, per quel che ci riguarda, in special modo in Italia, ma proprio nelle trasformazioni della cittadinanza. Mai molto sicuri dei nostri valori, ancora oggi spesso ignari della Costituzione italiana, non particolarmente dotati di senso civico, forse inconsciamente sentiamo che non siamo in grado di offrire un modello forte e condiviso di cittadinanza ai tre-quattro milioni di migranti che hanno già scelto il nostro Paese per vivere la loro vita. E’ anche una preoccupazione legittima e comprensibile, ma dovrebbe essere affrontata dal lato degli italiani: praticando i valori, insegnando la Costituzione, mostrando e valorizzando il senso civico. Altra, comunque, dovrebbe essere la preoccupazione predominante. Anche se non lo desideriamo, i rapporti con i migranti e le loro famiglie nelle scuole e sui luoghi di lavoro, nello sport e, presto, anche nella politica, saranno inevitabili, aumenteranno nel tempo, condizioneranno le nostre scelte e, senza retorica, le vite nostre e dei nostri figli. Ripartiamo da qui. In chiave analitica e propositiva.
I migranti costituiscono l’occasione per valutare le capacità culturali italiane in senso lato. Offrono anche il modo per capire meglio che cosa funziona e non funziona nei nostri stili di vita. Che c’è molto che non funziona lo sappiamo, ma dobbiamo riuscire a cambiare anche di fronte alla sfida che viene portata, non deliberatamente, ma inevitabilmente, da persone che spesso tentano di integrarsi guardando agli esempi che danno gli italiani. E’ difficile chiedere ai migranti di fare quello che noi non facciamo, di imparare quello che noi non sappiamo e non vogliamo imparare, di seguire principi e precetti che noi non pratichiamo. “Integrazione” non può in nessun modo, certamente non in Italia, volere dire che i migranti debbono accettare tutto quello che è italiano. Infatti, esistono interpretazioni diverse su quello che è “italiano”. Non tutti gli italiani la pensano e, quel che più conta, agiscono allo stesso modo. Quando affermiamo con convinzione che chi vuole vivere in Italia deve rispettarne le leggi, dimentichiamo che molto spesso sono gli italiani per primi che non rispettano le loro leggi. Ecco, i migranti offrono l’opportunità di una riflessione collettiva, condotta anche con loro, di riflettere sulle leggi, sulla loro osservanza, sulle pratiche quotidiane. L’integrazione, molti affermano, comincia dalle scuole. La presenza di figli e figlie di migranti, oramai nelle scuole di ogni ordine e grado, obbliga a ripensare le modalità, ma certamente anche i contenuti degli insegnamenti (e la preparazione degli insegnanti) in un mondo che, comunque, è globalizzato.
L’integrazione avviene anche lavorando gomito a gomito, fianco a fianco, spalla a spalla. La condivisione dei luoghi e dei rischi di lavoro spinge verso la comprensione di una semplice verità: siamo tutti, naturalmente, occupando posizioni diseguali, sulla stessa barca. Allora, dovremmo cercare di migliorare i luoghi di lavoro attraverso sperimentazioni dei più vari tipi, anche, ovviamente, nei tempi di lavoro. Sto facendo l’elogio di quello che chiamerò “emulazione competitiva”. Più in generale, sto sostenendo che nessuna società migliora con pratiche di esclusione. Molte società riescono a trasformarsi positivamente attraverso modalità di inclusione, sfruttando le idee e le energie che derivano dalla competizione, ma anche dalla collaborazione fra persone diverse portatrici di esperienze diverse. L’esclusione produce tensioni e conflitti spesso distruttivi. L’inclusione consente competizione e incentiva forme di collaborazione spesso creativa.
Finora abbiamo visto che le due strategie (questo termine le nobilita forse eccessivamente) fin qui applicate non hanno prodotto granché di efficace e apprezzabile. Il buonismo multiculturale, che si traduce nella visione del migrante buono e mite che una società italiana cattiva osteggia, cozza contro la realtà e produce illusioni nei buonisti e nei migranti. La faccia feroce che attribuisce tutti i misfatti ai migranti che non osservano le leggi e senza la cui presenza gli italiani starebbero meglio, vivrebbero felici e contenti, consegna una visione idilliaca di un’Italia che non fu mai.
La strategia dell’integrazione o forse dell’interazione competitiva è molto esigente. Chiede agli italiani e ai migranti di confrontarsi e di sfidarsi. E’ una strategia che guarda avanti e che promette miglioramenti proprio dal contributo del maggior numero possibile di persone (e di culture). Non è ovviamente vero che in un mondo globalizzato siamo tutti cittadini del mondo e neppure che siamo tutti stranieri. Se riuscissimo a trattarci reciprocamente come “stranieri” in Grecia, ovvero degni di rispetto, portatori di cultura e di esperienze, persone “interessanti” , capaci di illuminarci in più modi, forse apriremmo le nostre menti e le nostre vite a qualcosa di potenzialmente molto promettente. Tentar non nuoce; anzi, soltanto provando e riprovando sapremo di essere nel giusto o nel torto e saremo obbligati alle riforme.
Guglielmo Loy, Segretario confederale della UIL
