Il Presidente del Consiglio Enrico Letta, nel discorso di presentazione del programma di governo, ha posto l'accento sul bisogno di "fare tesoro della voglia di fare dei nuovi italiani, così come bisogna valorizzare gli italiani all’estero. La nomina di Cécile Kyenge a ministro per l’Integrazione significa una nuova concezione di confine, da barriera a speranza, da limite invalicabile a ponte tra comunità diverse”.

La nomina di Cécile Kyenge come Ministro dell’Integrazione ha dunque riacceso il dibattito sui temi dell’immigrazione, della cittadinanza, ma ancor di più sulla percezione del fenomeno dello “straniero” nel nostro Paese.
“E’ fin troppo evidente come la migrazione diventi spesso, nei paesi di accoglienza, il capro espiatorio per mascherare le incertezze e le paure comuni riguardo la disoccupazione, il diritto alla casa e la coesione sociale”, le parole di William Lacy Swing, Direttore Generale dell’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni ), rappresentano una puntuale analisi sulla percezione del fenomeno migratorio da parte dei paesi ospitanti.
Dal Word Migration Report del 2011 emerge come la migrazione sia la questione più fraintesa dei nostri tempi nonostante la sua importanza in termini sociali, culturali ed economici. La necessità è quella di guardare all’immigrazione non più come fenomeno emergenziale, ma come realtà ben strutturata in cui lo straniero, da rappresentante di una categoria generica, diventa soggetto attivo e responsabile, nonché risorsa fondamentale per il Paese che lo accoglie.
In questo senso il primo reale problema è rappresentato dalla comunicazione, o meglio dal ruolo che l’Informazione assume nel processo di integrazione. In un Paese come l’Italia, dove gran parte dell’informazione sugli immigrati è incentrata sulla cronaca nera, la percezione dello straniero è distorta, è figlia di una comunicazione superficiale e spesso xenofoba. Per questo sempre più spesso i termini immigrazione e straniero diventano sinonimi di invasione e criminalità.
La profonda crisi economica che ha investito il nostro Paese negli ultimi anni ha contribuito ad alimentare sentimenti anti-migratori e a rafforzare lo stereotipo che vede lo straniero come colui il quale “ruba” il lavoro agli italiani. È, infatti, proprio il mercato del lavoro l’ambito in cui si manifesta con più chiarezza il fenomeno dell’immigrazione; anche in questo caso è necessario chiarire alcuni punti fondamentali, come ad esempio la funzione di supporto al sistema economico e produttivo dello straniero.
Secondo il Rapporto annuale sull’economia dell’immigrazione(2011) realizzato dalla fondazione Leone Moressa con il patrocinio dell’OIM e del Ministero degli Affari Esteri, occorre riconoscere agli stranieri anche una valenza economica per il Paese ospitante; L’Italia, come anche altri paesi, nonostante l’alto tasso di disoccupazione, ha bisogno degli immigrati, i quali rimediano alle carenze del mercato del lavoro in quanto più disponibili a inserirsi nei settori lavorativi che gli italiani escludono, più propensi a svolgere mansioni non corrispondenti al loro reale livello di formazione, ma anche più disponibili a spostarsi sullo stesso territorio italiano.
Oltre a colmare i vuoti lasciati dagli italiani, gli immigrati stranieri, come evidenziato anche dall’INPS, contribuiscono a tenere in piedi il sistema previdenziale spesso dando molto di più di quello che ricevono. Il nostro Paese ha bisogno di compiere un salto in avanti, di ripensare al proprio futuro e costruire una nuova realtà che da multiculturale, intesa come mera coesistenza di culture diverse, diventi interculturale, fondata quindi sulla reale interazione tra le diverse culture, il confronto, la collaborazione.

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